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Insurance Risk Management (dal libro di A. Coviello “Pmi ed assicurazioni:il risk management” –Confindustria, 2000)

Articoli pubblicati in riviste e quotidiani

La piccola-media impresa considera spesso l’assicurazione come un costo non necessario, senza che vengano tuttavia posti in essere, con sufficiente competenza, strumenti alternativi di gestione del rischio.
Al contrario, è invalsa la pratica di far fronte alle conseguenze dannose (direttamente ed indirettamente prodotte dal sinistro) mediante indebitamento bancario a breve termine, reperendo così, in modo affrettato, la liquidità necessaria per finanziare il ripristino della normalità, pena l’insolvenza dell’impresa.
Pertanto, se la struttura finanziaria tipica di tale segmento è già fortemente propensa all’indebitamento bancario a breve termine, fisiologicamente predisposta, quindi, a rischi di tasso, il tutto viene ulteriormente reso più precario dall’insufficiente ombrello assicurativo predisposto dalle imprese stesse.
Ne deriva una elevata esposizione alle conseguenze negative di eventi dannosi, in assenza di capitali di rischio atti a fronteggiare l’impatto negativo sull’economicità dell’impresa, scaricando gran parte di tale peso sul sistema bancario.
Volendo individuare una relazione ottimale puramente teorica fra le dimensioni assicurative, si potrebbe affermare che, al crescere del volume d’affari, i compiti attribuiti all’addetto preposto alla gestione dei rapporti con le compagnie di assicurazione dovrebbero divenire sempre più qualificanti, fino ad una vera e propria autonomia decisionale.
Dal mero adempimento di obblighi amministrativi e contabili relativi alle polizze in essere, si dovrebbe via via passare a valutazioni concernenti l’opportunità della clausola del contratto, alla gestione dei rapporti nella fase post vendita, a vere e proprie decisioni in materia di condizioni contrattuali, fino a giungere alla scelta dell’agente assicurativo (o della compagnia) o del broker.
Nascerebbe così la figura dell’insurance buyer, un soggetto portatore di competenze specifiche nell’ambito dei rapporti con le compagnie di assicurazione, in grado di decidere autonomamente nell’ambito di deleghe predefinite. A tale soggetto verrebbero sottratte le decisioni relative a contratti di ammontare elevato o da ritenersi particolarmente strategici per l’azienda.
Il passaggio chiave sarebbe rappresentato dall’arricchimento della mansione con compiti relativi alla finanza d’impresa, che individuerebbe l’insurance manager, cioè un soggetto che non si limita alla gestione operativa delle polizze, ma che gode di piena autonomia nella stesura di un piano assicurativo dell’azienda definito in collaborazione con il titolare delle decisioni in campo finanziario.
Il potere negoziale sarebbe non solo nei confronti dell’esterno, (cioè gli erogatori di un sevizio assicurativo), ma anche nei confronti dell’interno, per quanto concerne la definizione della quota di rischi da fronteggiare mediante l’assicurazione rispetto al totale dei rischi identificati.
L’insurance manager, non svolge autonomamente né l’identificazione, né la valutazione, né la qualificazione dei rischi, ma si limiterebbe a decidere sulla base delle indicazioni provenienti dagli interlocutori assicurativi con cui interagisce e dall’operato dei diretti concorrenti.
La pienezza del processo di identificazione, valutazione, quantificazione e gestione si realizzerebbe solo in capo al risk manager, che disporrebbe di sufficiente autonomia soprattutto nell’ambito della definizione dei piani di prevenzione (loss prevention) e protezione (loss reduction) e nella scelta delle modalità di autoassicurazione.
In quest’ottica, quindi, la grande impresa sarebbe caratterizzata dalla presenza di un risk manager professionista, in grado di ottimizzare il ricorso allo strumento assicurativo e di dialogare con l’intermediario e con la compagnia nella fase di definizione della copertura.
L’analisi del modello descritto consente di cogliere che, dalla portata dei compiti affidati al referente assicurativo interno all’impresa, derivano i confini dell’impresa stessa. Al crescere dei compiti attribuiti ai soggetti esterni, infatti si riducono i costi fissi per l’azienda, ma si accentua anche la dipendenza da terzi in materia di Risk Management, visto che occorre acquistare nel mercato le competenze che l’organizzazione non possiede. I ruoli attribuiti agli intermediari divengono determinanti per la definizione dell’assetto del rapporto complessivo fra azienda ed assicuratore, dalla cui dinamica è a sua volta influenzata la stessa azienda.
La sostanziale assenza nel nostro paese di un tessuto di medie aziende industriali e la conseguente differenziazione fra piccole e grandi imprese hanno determinato un’applicazione limitata del modello precedente. Le molte piccole aziende si sono fermate al primo stadio, limitandosi ad individuare un proprio impiegato addetto alle polizze assicurative e rinunciando ad avvalersi di un vero e proprio servizio di Risk Management. Le poche grandi aziende private hanno sviluppato proprie professionalità in questo campo, imitando concorrenti internazionali e sviluppando competenze specialistiche in materia.

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